L’8 febbraio l’inaugurazione della città di frontiera italo slovena Nova Gorica-Goriza quale “prima capitale europea della cultura transfrontaliera Go! 2025” ha rappresentato, in questo complicato periodo storico di nazionalismi estremisti, un importante segnale di maturità civile e politica. Lo dimostra la presenza dei due Presidenti, di Slovenia (Nataša Pirc Musar) e dell’Italia (Sergio Mattarella). Già nel 2020, il Presidente sloveno Borut Pahor e Mattarella si erano recati, prima alla Foiba di Basovizza, simbolo del calvario di tanti italiani, e poi al monumento dei giovani sloveni fucilati dal fascismo. Ricordiamo alcuni cenni storici. La città di Gorizia faceva parte dell’impero austro ungarico, ma tra gli irredentisti era forte il senso d’appartenenza alla cultura italiana. L’idea di “Austria universale”, che la propaganda asburgica propinava in continuazione, non riusciva a riscaldare i cuori degli italiani. L’esistenza di tanti popoli nell’impero austro ungarico rappresentava, certamente, un arricchimento per lo scambio di culture diverse, ma occorreva maggiore tolleranza nell’arte di governare.
Durante la Prima guerra mondiale la città divenne il simbolo delle battaglie dell’Italia. Per cinque volte le truppe italiane tentarono di espugnare l’Isonzo, ma ci riuscirono soltanto nella sesta, che venne, infatti, chiamata “battaglia di Gorizia”, giorni di cruente lotte in quella calda estate del 1916, che avevano già provocarono oltre 20 mila morti e il doppio di feriti sui campi di battaglia. Finalmente il 9 agosto fu presa la città da parte dell’esercito italiano comandato dal generale Luigi Capello. Fu la prima città liberata e costituì un tripudio di gioia nazionale. Aurelio Baruzzi, che riuscì a issare la bandiera d’Italia dopo l’attraversamento, davvero epico dell’Isonzo, divenne l’eroe nazionale, osannato da tutti gli irredentisti italiani. In quella circostanza il Re Vittorio Emanuele III visitò la città e rivolse un proclama ai soldati d’Italia.
Dall’altra parte nacque la famosa canzone antimilitarista: “O Gorizia tu sei maledetta, per ogni cuore che sente coscienza! Dolorosa ci fu la partenza, che ritorno per molti non fu”. Ma nell’ottobre 1917, in seguito alla tragica sconfitta di Caporetto, Gorizia venne rioccupata dagli austriaci per essere definitivamente liberata nel novembre 1918, a conclusione della guerra.
Durante il fascismo, e precisamente nella primavera del 1941, l’area della Slovenia venne occupata dalle truppe italiane (il 17 aprile l’Alto comando jugoslavo si arrese) e i suoi abitanti sottoposti a dure forme di repressione, a partire dalla proibizione di parlare la propria lingua nelle strade.
Nel dopoguerra i goriziani non hanno potuto votare per l’Assemblea costituente del 2 giugno perché ancora sotto amministrazione degli alleati, che durò fino al settembre 1947.
Il territorio diviso in due parti era controllato dalle rispettive polizie di frontiera (italiana e iugoslava, dopo il 1991 dalla neonata Repubblica slovena). Soltanto nel 2004 con l’ingresso della Slovenia nell’Unione europea, cadde il muro divisorio e sparì l’innaturale frontiera.
Cerco di sintetizzare alcune parti dell’intervento di Mattarella. Nova Gorica e Gorizia ambiscono a celebrare la cultura dei confini. La città slovena ha voluto lanciare con la gemella Gorizia una sfida: proporsi come esperienza di cultura attraverso la frontiera. Sconfitti gli orrori dell’estremismo nazionalista, che tanto male ha prodotto in Europa, riemergono i valori della convivenza e dell’accoglienza.
Due giorni dopo, nella “Giornata del ricordo” delle Foibe, istituita nel 2004 – al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati e della più complessa vicenda del confine orientale – il Presidente Mattarella al Quirinale pronunciò un discorso di verità storica, che mi sembra utile riassumere. Nel secondo conflitto mondiale, dove allo scontro tra eserciti di nazioni che si erano dichiarate nemiche, si sovrappose il virus micidiale delle ideologie totalitarie, della sopraffazione etnica, del nazionalismo aggressivo, del razzismo, che si accanì con crudeltà contro le popolazioni civili, specialmente contro i gruppi che venivano definiti minoranze.
E, nelle zone del confine orientale, dopo l’oppressione fascista, responsabile di una politica duramente segregazionista nei confronti delle popolazioni slave, e la barbara occupazione nazista, si instaurò la dittatura comunista di Tito, inaugurando una spietata stagione di violenza contro gli italiani residenti in quelle zone. Di quella stagione, le Foibe restano il simbolo più tetro. Oltre a crudeli, inaccettabili casi di giustizia sommaria e di vendette contro esponenti del deposto regime fascista, la furia omicida dei comunisti jugoslavi si accanì su impiegati, intellettuali, famiglie, sacerdoti, anche su antifascisti, su compagni di ideologia, colpevoli soltanto di esigere rispetto nei confronti della identità delle proprie comunità.
Ben presto, sotto minaccia e dopo una seconda ondata di violenze, i nostri concittadini di Istria, Dalmazia, Fiume, furono messi di fronte al drammatico dilemma: assimilarsi, disconoscendo le proprie radici, la lingua, i costumi, la religione, la cultura. Oppure andare via, perdendo beni, casa, lavoro, le terre in cui erano nati. In grande maggioranza scelsero di non rinunciare alla loro italianità e, di fatto, alle libertà, di pensiero, di culto, di parola. In trecentomila – uomini, donne, anziani, bambini – radunate poche cose, presero la triste via dell’esodo. La memoria delle vittime deve essere preservata e onorata.
Se ci si pone dalla parte delle vittime, dei defraudati, dei perseguitati, la prospettiva cambia, i rancori lasciano il posto alla condivisione, e si rende valore al percorso di reciproca comprensione. Non per dimenticare, né per rivendicare. Ma per trarre dagli errori e dalle sofferenze del passato l’ulteriore spinta per un cammino comune. Perché le diversità non dividono, ma diventano ricchezze se si collabora e si pensa, insieme, nell’ottica di futuro comune. Infine, il 15 marzo è stato conferito al Presidente Mattarella e all’ex Presidente Borut Pahor il “Premio dei Santi Ilario e Taziano della città di Gorizia”.