Affacciandomi alla finestra della mia stanza al quarto piano di via Rolando 15 vedo da due mesi i cortili in erba sintetica del Don Bosco vuoti … Quelle voci chi mi facevano compagnia sono scomparse. Mancano gli studenti, mancano i giovani della formazione professionale, mancano i ragazzi dell’Oratorio … mancano i latino americani. Solo un silenzio assordante ove opera il virus maledetto. Ogni tanto qualche voce dei giovani della Casa Don Bosco, “rinchiusi anche loro in casa con tutti i salesiani che li hanno accolti”. Sconsolato guardo il bel campanile, che svetta alto sulla chiesa e sui cortili, testimone da quasi 150 anni del tempo che scorre … Lui pure vittima del corona virus … solo rintocchi leggeri di campane per ricordare a noi, chiusi in casa, che qualcuno è volato in cielo. E’ un virus invisibile che non possiamo contrastare con un vaccino. Ha preso di sorpresa il mondo degli uomini. Abbiamo armi sofisticate per distruggere il mondo, abbiamo tecnologie così avanzate che possono sostituire il lavoro dell’uomo, ma siamo disarmati di fronte a questo “veleno” che ci uccide. Non c’è ricco né povero, né vecchio né giovane, nessuno può ritenersi al sicuro. Sembra che la sua natura sia “globale”: va oltre i muri, oltre i confini, oltre gli oceani, sembra che non ci sia, ma ti avvolge ed infetta. Non è il vento a trasportarlo … ha bisogno di accasarsi presso un ospite, l’uomo che diventa a sua insaputa l’ospite adatto e con lui diventa globale.
La lezione del corona virus
La prima lezione è la scoperta dell’illusione dell’onnipotenza dell’uomo. Nell’omelia del venerdì Santo padre Cantalamessa ha ricordato: “La pandemia del Coronavirus ci ha bruscamente risvegliati dal pericolo maggiore che hanno sempre corso gli individui e l’umanità, quello dell’illusione di onnipotenza. Abbiamo l’occasione – ha scritto un noto rabbino ebreo – di celebrare quest’anno uno speciale esodo pasquale, quello “dall’esilio della coscienza”. È bastato il più piccolo e informe elemento della natura, un virus, a ricordarci che siamo mortali, che la potenza militare e la tecnologia non bastano a salvarci” .
Altra lezione: la scelta tra nazionalismo isolazionista e la solidarietà globale. Il coronavirus ha infettato il mondo intero. La risposta non può essere quella di chiudersi. Le pandemie esistevano anche in un mondo chiuso come nel Medioevo, ove la Peste Nera uccise un terzo della popolazione terrestre.
Il coronavirus non è un castigo di Dio
“Se questi flagelli – dice Cantalamessa – fossero castighi di Dio, non si spiegherebbe perché essi colpiscono ugualmente buoni e cattivi, e perché, di solito, sono i poveri a portarne le conseguenze maggiori. Sono forse essi più peccatori degli altri? No! Colui che un giorno pianse per la morte di Lazzaro, piange oggi per il flagello che si è abbattuto sull’umanità. Sì, Dio “soffre”, come ogni padre e ogni madre. Quando un giorno lo scopriremo, ci vergogneremo di tutte le accuse che gli abbiamo rivolte in vita. Dio partecipa al nostro dolore per superarlo.
Forse che Dio Padre ha voluto lui la morte del suo Figlio sulla croce, a fine di ricavarne del bene? No, ha semplicemente permesso che la libertà umana facesse il suo corso, facendola però servire al suo piano, non a quello degli uomini. Questo vale anche per i mali naturali, terremoti ed epidemie. Non le suscita lui. Egli ha dato anche alla natura una sorta di liberta, qualitativamente diversa, certo, da quella morale dell’uomo, ma pur sempre una forma di libertà. Libertà di evolversi secondo le sue leggi di sviluppo. Non ha creato il mondo come un orologio programmato in anticipo in ogni suo minimo movimento. È quello che alcuni chiamano il caso e che la Bibbia chiama invece “sapienza di Dio”.
“Essendo supremamente buono, – ha scritto sant’Agostino – Dio non permetterebbe mai che un qualsiasi male esistesse nelle sue opere, se non fosse sufficientemente potente e buono, da trarre dal male stesso il bene”.
Frutto positivo della presente crisi sanitaria è il sentimento di solidarietà. Quando mai, a nostra memoria, gli uomini di tutte le nazioni si sono sentiti così uniti, così uguali, così poco litigiosi, come in questo momento di dolore? Mai come ora abbiamo sentito la verità di quel grido di un nostro poeta: “Uomini, pace! Sulla prona terra troppo è il mistero”. L’epoca del coronavirus ha tratto dal cuore dell’uomo il “meglio” anche se il peggio non è scomparso. Abbiamo gli eroi che combattono per tutti noi in prima fila, c’è il numeroso e inaspettato volontariato, ma non mancano gli sciacalli.
Killer è il virus o l’uomo che offende la natura?
Leggiamo in un articolo di Avvenire di Gianluca Schinaia del 15 aprile 2020: “La virologa Ilaria Capua afferma: la crisi attuale nasce perché “tutto è collegato : abbiamo creato un sistema che è stato poco rispettoso dell’ambiente”. Lo spiega – continua il giornalista – sul New York times David Quammen, autore, nel 2012, di Spillover. Infezioni animali e la prossima pandemia umana. Il primo ad anticipare una potenziale pandemia umana come quella dell’attuale coronavirus: “Invadiamo foreste tropicali e paesaggi selvatici , che ospitano così tante specie di animali e piante, e all’interno di quelle creature, così tanti virus sconosciuti. Tagliamo gli alberi; uccidiamo gli animali o li mettiamo in gabbia e li mandiamo ai mercati. Distruggiamo gli ecosistemi e liberiamo i virus dai loro ospiti naturali. Quando ciò accade, questi virus hanno bisogno di un nuovo ospite. Spesso quell’ospite siamo noi”.
Il legame del coronavirus e la questione ambientale è confermato dal fatto che le principali epidemie degli ultimi anni – Ebola, Sars, Mers, influenza aviaria e suina o anche Hiv – sono di origine animale. “La loro diffusione – ricorda Gianluca Schinaia – è generata dalla riduzione delle barriere naturali che per secoli hanno creato un argine al contagio. In sintesi: il sistema economico esige terra e risorse e quindi procede con la deforestazione massiva; questa distruzione di biodiversità provoca il traffico di animali, che principalmente in Asia e Africa comporta due effetti: specie selvatiche che scappano nelle zone urbane o che finiscono negli wet marchet. Da lì questi ospiti virali possono arrivare ad infettare gli esseri umani. Prima invece le grandi foreste, abitate da una ricchissima biodiversità, impedivano le trasmissioni tramite effetto diluizione: i virus erano bloccati trovando molti ostacoli di propagazione in specie non recettive”.
Potremmo affermare – e il pensiero corre a Querida Amazonia di papa Francesco -: l’uomo è “il virus” che ferisce la natura con la distruzione degli ecosistemi insieme alla deforestazione e l’impoverimento estremo di molti popoli. La natura si difende. Papa Francesco cita un detto un detto spagnolo: “Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta, la natura mai”. Anche se tra Usa e Cina è scoppiata la polemica del corona virus “sfuggito da laboratorio cinese” … e per ciò stesso il mondo vuole sapere la verità intera.
Tornando a quanto la maggior parte degli scienziati del mondo, compreso il luminare consigliere scientifico di Trump, sostengono, e cioè l’origine naturale del corona virus, una responsabilità indiretta comunque va riconosciuta per l’assenza di un vaccino che avrebbe spento la micidiale forza del malvagio virus. L’interesse economico ne ha bloccato la ricerca. Scrive Didier Sicard, uno dei più importanti medici e accademici francesi : “La scarsa convenienza economica ha influito anche sulla mancata predisposizione di un vaccino potenzialmente utile contro il nostro corona virus: “L’umanità si sta abituando all’influenza stagionale; prima reagisce con preoccupazione alle notizie e poi si addormenta. L’esempio della Sars, un corona virus rapidamente dimenticato, lo dimostra in modo sorprendente. Gli studi sui vaccini furono interrotti quando era già pronto un prototipo che avrebbe potuto essere adattato per fare fronte all’attuale Covid -19, come avviene per gli adattamenti annuali dei vaccini antinfluenzali”.
Conclusione
Cosa fare? La conservazione della natura a livello globale potrà evitare nuove pandemie. Come farlo? Basta prendere dalla natura ciò che serve. Usare, non abusare della natura. Ricorda Sicard : “Facciamo tutti parte di un essere vivente in equilibrio e lo distruggiamo con disprezzo per il nostro appetito verso un consumo illimitato. Contro questo atteggiamento non è l’intelligenza artificiale di cui abbiamo bisogno, ma l’intelligenza dell’umiltà”.
La sfida posta dal coronavirus sostiene Yuval Noah Harari, il 44enne storico israeliano, uno degli intellettuali più seguiti del pianeta, “è più grande del collasso finanziario perché non è una crisi soltanto economica, ma può trasformare ogni aspetto della nostra vita sociale. Non è più grande del cambiamento climatico, perché abbiamo già strumenti per risolverla positivamente, relativamente in fretta rispetto ai danni causati dall’inquinamento. Ma se faremo scelte sbagliate anche la crisi del coronavirus avrà gravi ripercussioni a lungo termine”. Alla domanda: la pandemia non condurrà alla fine della globalizzazione? Risponde: “Per me dovrebbe condurre a una migliore globalizzazione. Chiudersi è la risposta sbagliata. Le pandemie esistevano anche in un mondo chiuso come quello, del Medioevo, quando la Peste Nera uccise un terzo della popolazione terrestre. Bisogna tornare all’età della pietra, in cui gli umani vivevano in minuscoli agglomerati senza contatti tra l’uno e l’altro, per vedere un modello di società chiusa a prova di epidemie. Oggi soltanto la cooperazione, la solidarietà e uno sforzo comune di tutti possono risolvere il problema e fare compiere un passo avanti alla nostra civiltà. Bisogna chiudere i confini tra i virus e l’uomo, non quelli tra uomo e uomo, tra nazione e nazione” (intervista di Enrico Franceschini ad Harari – Repubblica 15 aprile 2020 ).
Don Alberto Rinaldini